Giovanna

15 Aprile 2012 Commenti chiusi

Giovanna.
Una passeggiata al lungomare, un caffè preso velocemente al chiosco e qualche bacio alla ringhiera, al sole e con i gabbiani sugli scogli che osservano le piccole imbarcazioni cariche di pesce. Improvvisamente decidi di interrompere la piccola magia che ci gira intorno per un capriccio che non vuoi raccontarmi. Mi chiedi di darti fiducia. Andiamo via.
Camminiamo un po’ fino a raggiungere una sala giochi aperta da poco. Scusa Antonio, cosa c’entriamo noi due con una sala giochi? Questi luoghi non mi sono mai piaciuti. Tu invece mi spingi dentro e sorridi mentre ci accoglie il titolare, un omone con un volto poco raccomandabile e dall’identità anonima. Questi scambia con te qualche parola per poi dirci di seguirlo negli ambienti interrati. Incominciamo a scendere mentre continuo a ripetermi che stavamo tanto bene al sole con i baci, il mare, i gabbiani e bla bla bla. Tu? Mi guardi sorridendo. Arriviamo in una stanza bianca e piena di tavoli da ping-pong messi un po’ a casaccio. L’uomo ci porta due racchette usate ed una pallina a dir poco ingiallita, ci augura buon divertimento e se ne torna al piano superiore. Io che mi giro dalla tua parte e rimango letteralmente a bocca aperta vedendoti togliere la giacca primaverile. É vero, oggi riesci a camminare bene…ma ce la fai a sostenere una partita seppur da principiante? Io se devo giocare gioco a fare la professionista, in tutto. Lo sai. Niente, tu sorridi. Sorridi e basta. Il tuo entusiasmo mi conquista e per un attimo decido di dimenticare  e di raccogliere la sfida. Qualche palleggio prima di fare sul serio ce lo concediamo? Siamo entrambi arrugginiti e poi ammettiamolo, siamo due schiappe con la differenza che tu continui a ripetermi di aver studiato questa disciplina da ragazzo in non so quale circolo importante della città (e lo dici proprio mentre ti lasci passare parecchie palle). Io ammetto semplicemente di non saperci fare. Passa un’oretta ma quasi non ce ne accorgiamoci. Prolunghiamo il gioco e sudiamo di brutto. Amore, non ti starai stancando troppo? Hai le guance tutte rosse. Tiri lunghi, all’angolo, alla rete e un tiro ad ”effetto” che sembra aver spedito la pallina in chissà quale altra dimensione perché non ci riesce di trovarla. Ridiamo e giochiamo ripescando dalla memoria qualche aneddoto del passato. Ti và se guardiamo l’ orologio? Oggi ho promesso ai miei di passare a salutarli. Ecco, si è fatta quasi ora di pranzo. Terminiamo la partita. A che punteggio eravamo non ce lo ricordiamo proprio. Saliamo. Paghiamo una sciocchezza e usciamo visibilmente allegri. Qualche altro minuto insieme; il tempo di prenderci un po’ in giro e per innescare i soliti meccanismi che non capisco.
Siamo stati così bene, ci siamo divertiti ed oggi, anche se non te ne sei accorto, ti ho amato molto.
Tu, non so perchè, rispolveri proprio adesso una gelosia che conosco bene e che mi spaventa.
Ti ripeto per l’ennesima volta che da quando stiamo insieme mi sento più felice. Ma a te non basta.

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